Ti amo

Sono quasi le sette di sera quando entro timidamente nel negozio di dischi vicino a casa. Il commesso mi guarda poco convinto quando gli dico che il 45 giri che ho comprato nel pomeriggio non va. Insomma la puntina salta, gracchia…

Il tipo prende “Ti Amo” di Umberto Tozzi e lo mette sul piatto. Parte subito come una marcia nuziale per poi abbassarsi un filo, in attesa della voce: “ti amo, io sono, ti amo…”

Si sente perfettamente. E allora ? Allora – dice lui – è la puntina. Cioè ? Sarebbe ? La puntina – ripete  – sta qui. Mi mostra il braccio del suo giradischi ultimo modello. “Devi sostituire la puntina, non è il disco” Conclude.

Bell’esordio. Il mio primo 45 giri e non lo posso sentire. Si torna da mamma e le si chiedono i soldi per la puntina nuova. Ho 11 anni,  è il 1977 e Umberto Tozzi avrebbe vinto il Festivalbar con una delle canzoni che sono rimaste nella mia piccola storia musicale.

Tutto questo solo perché curiosando nella mia cameretta, in armadi inesplorati, avevo scoperto una valigetta grigia di pelle e plastica; i miei genitori avevano conservato il loro giradischi.

Si apriva proprio come una valigia qualunque ma dentro c’era tutto quello che serviva per sentire i vinili di mamma e papà: un braccio, un piatto fino a 33 giri e la manopola del volume. “L’armando” di Jannacci, Petula Clark, Dino, c’era anche un pezzo dello Zecchino d’oro. I dischi si trovavano in un contenitore a dir poco particolare a forma di libri dell’enciclopedia universale.

Siamo nel 1977; non ricordavo quasi nulla di quell’anno. Il festivalbar lo vinse proprio Tozzi e il premio glielo consegnò Gianni Bella. Gli alunni del sole arrivarono secondi. Mentre Salvetti, il patron del festival estivo li premiava, l’Italia impazziva.

Chi se li ricordava i carri armati a Bologna per sedare 3 giorni di tumulti. Chi se li ricordava i ragazzi persi in battaglie urbane a cadenze mensili nelle piazze. I “gambizzati”, i morti ammazzati come routine. Mentre succedeva tutto questo la RAI chiudeva Carosello e apriva il primo Portobello di Tortora. In ritardo di 10 anni rispetto al resto d’Europa, nel ‘77, anche in Italia arrivava la TV a colori.

Mentre io ascoltavo Tozzi e poi Amanda Lear, Dalla pubblicava “Com’è profondo il mare” e Battisti “Amarsi un po’”. De Andrè chiudeva i conti con De Gregori e Vecchioni preparava la sua “Samarcanda”. Renato Zero faceva ancora scalpore e “Zerolandia” da lì a poco sarebbe stato il mio primo album insieme a “Sono solo canzonette” di Bennato. Nel mondo c’erano i Queen, Clapton, gli Stones e la disco music dei Bee Gees che cantavano in falsetto di “starsene vivi”. Ma io che ne sapevo…

Ricordo bene però che la cugina femminista di un mio carissimo amico ci disse che Ti Amo non le piaceva più. Al collettivo una sua compagna le aveva fatto notare che il testo era terribilmente maschilista. Era ora di finirla insomma con quelle “donne che stirano cantando”.

 

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