Contessa

“Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te”. Così cominciava la famosa “Contessa” dei Decibel. San Remo 1980: tra le nuove proposte un gruppo milanese di 4 ragazzi, appena maggiorenni, tutti in camicia bianca, cravatta nera e pantaloni scuri.

 

 

Contessa

Spiccava il riccio e corto biondo platino del cantante, nonchè i suoi occhiali montatura bianca alla Elton John. Marcava le parole come a volerle incidere direttamente sul vinile. Le accentava e accentuava con cadenza milanese. Sul ritornello sembrava incespicare in un difetto di pronuncia e ne “tartagliava” la parola come in un disco rotto.

“C-c-c-contessa tu non sei più la stessa…” cantava, piegandosi leggermente in avanti e ammiccando con un sorriso e una smorfia. La musica era leggera come i tasti di un piano ritmato anni ’30 e cori maschili arzigogolavano un po’ il tutto; ci scherzavano su. Era il primo Enrico Ruggeri, quello che sarebbe diventato il mio piccolo modello musicale adolescenziale. Nei miei 15 anni c’erano lui, Vasco Rossi, Bennato, Renato Zero, Mick Jagger e Jim Morrison.

Proprio Contessa…Enrico Ruggeri all’epoca disse che era una canzone dedicata a tutte quelle donne che ci fanno un inchino e si prendono gioco di noi. Contessa però per i Decibel era anche quel Renato Zero che da ribelle si era trasformato in un fenomeno da salotto.

Erano gli anni della nostra adolescenza. L’inizio degli improponibili e favolosi anni 80. Per quanto mi riguardava io ero tutto in quel primo verso della mia Contessa. Un biondino un po’ insopportabile che correva a casa da scuola per mettere sul piatto l’album appena uscito dei Decibel: Vivo da re.

Anni dopo avrei scoperto che non era neppure il primo. All’epoca internet era un sogno e i Decibel, prima dell’uscita sanremese, degli emeriti sconosciuti. Un anno prima avevano pubblicato un 33 giri molto di rottura in stile punk con testi discutibili sul papa, sui collettivi scolastici e sulla omologazione di massa.

Ancora oggi penso che Vivo da re resti il miglior album di Enrico Ruggeri, anche se realizzato con il resto del gruppo. A parte una certa ingenuità di fondo, le strofe di quei pezzi raccontavano la nostra piccola anima metropolitana in divenire. Storie di disagio della nuova gioventù borghese. La città era quel piccolo teatro che dopo l’abbuffata politica degli anni ’70 non riusciva più a ridare gli stessi stimoli; più elettronica e solitudine che partecipazione.

Mi piaceva moltissimo la storia d’amore mai banale raccontata in “Vivo da re”. Il suicidio di “Pernod”, la follia del personaggio di “A disagio”, la malinconia di “Peggio per te”. Le rime baciate di “Tanti Auguri” e così via.

Quando i Decibel si sono sciolti, subito dopo Vivo da re, Enrico Ruggeri è esploso come autore e cantante. Sono cresciuti i testi, gli arrangiamenti e la fama. Quel 33 giri resta però unico nel suo genere. Ragtime anni 30, rock melodico, dai resti del punk all’elettronica fino…a Contessa. Ricordo ancora tutte quelle canzoni e mi mancano.

Di seguito il testo di “Tanti auguri” e non sono quelli della Monroe a Kennedy.

Tutti a casa per il compleanno, 
i miei amici sanno gli anni che ho. 

Facce che mi soffiano attorno alla torta,
forse mi è già morta la voglia però.
Tanti auguri! Tanti auguri!
Vivo da vent’anni ed aspetto una scossa,
dentro ad una fossa mi sentirò Faust.
E’ rimasto piatto il mio encefalogramma,
nessun dramma se recitassi Olocaust.
Tanti auguri! Tanti auguri!
Cento giorni uguali a questo,
ci vedremo spero presto.
Grazie!
Certi giorni mi sento una puzza di vecchio,
nello specchio vedo soltanto del fard.
Non so dire se sono vero o se fingo,
ma stringo tra le mie mani la mia credit card.
Tanti auguri! Tanti auguri!
Cento giorni uguali a questo,
ci vedremo spero presto.
Grazie! Tornate!
Vivo da re – ALBUM COMPLETO DEI DECIBEL

https://www.youtube.com/watch?v=8u8FgGYPKDY&list=PLKEDwHxMmnagj-SHDflpm0oB8BeUA4HDy

1980 – DECIBEL A SAN REMO CON CONTESSA (CANTA RUGGERI)

https://www.youtube.com/watch?v=T8HPvJ-5TaM

STORIA DEI DECIBEL

https://it.wikipedia.org/wiki/Decibel_(gruppo_musicale)

Aquadulza

“Papà mi metti quella della mia ninna-ninna di quand’ero piccola?” Mentre armeggio col navigatore e il media player la signorina, dal suo trono sul sedile posteriore, ha deciso la colonna sonora del viaggio verso casa. Pioviggina e io allora ci aggiungo lo sciabordio delle acque lacustri del prologo ad “Aquadulza” di Van De Sfroos. Quando è nata Mati 7 anni fa il cantautore in stile laghè era semisconosciuto ai più. L’avevo trovato in radio durante uno dei miei soliti viaggi a Bologna. Mi piaceva la riscoperta del dialetto lombardo anche se non il mio. Mi faceva ripensare al milanese urlato di Jannacci de “La forza dell’amore” o alla Vanoni cantante della “mala”. Una cadenza familiare ritmata e un po’ sguaiata la loro, più contenuta da una voce profonda la sua. Van De Sfroos saltava veramente da un genere all’altro ma soprattutto ogni canzone raccontava una storia. A volte era il contrabbandiere, a volte una qualche zia Luisa, a volte il matto del paese. Racconti umili, semplici, nostri. “Aquadulza” invece iniziava con un violino straziante e proseguiva in un cono di una cantilena malinconica e soave. Per ripetere all’infinito la storia del lago, specchio per montagne e sponda per lavandaie. “Acqua dolce ma di un dolce che nessuno vuol bere”. Mati faticava ad addormentarsi e non si finiva mai di passeggiare, con lei in braccio, lungo le rotaie della cucina e della sala. Così le sussurravo la mia cantilena preferita fatta di piccole onde che rientravano a riva. Quando poi non ricordavo le parole, inventavo. Non credo se ne sia mai accorta.
Qualche anno fa il caso volle che incontrai proprio Van De Sfroos in coda all’Ikea di Corsico vicino a Milano. Mi avvicinai, gli feci i complimenti e gli strappai un sorriso confidandogli che Aquadulza era (e sarebbe sempre stata) la ninna-nanna di mia figlia. Buonanotte.
(Aquadulza con traduzione in italiano)

Ti amo

Sono quasi le sette di sera quando entro timidamente nel negozio di dischi vicino a casa. Il commesso mi guarda poco convinto quando gli dico che il 45 giri che ho comprato nel pomeriggio non va. Insomma la puntina salta, gracchia…

Il tipo prende “Ti Amo” di Umberto Tozzi e lo mette sul piatto. Parte subito come una marcia nuziale per poi abbassarsi un filo, in attesa della voce: “ti amo, io sono, ti amo…”

Si sente perfettamente. E allora ? Allora – dice lui – è la puntina. Cioè ? Sarebbe ? La puntina – ripete  – sta qui. Mi mostra il braccio del suo giradischi ultimo modello. “Devi sostituire la puntina, non è il disco” Conclude.

Bell’esordio. Il mio primo 45 giri e non lo posso sentire. Si torna da mamma e le si chiedono i soldi per la puntina nuova. Ho 11 anni,  è il 1977 e Umberto Tozzi avrebbe vinto il Festivalbar con una delle canzoni che sono rimaste nella mia piccola storia musicale.

Tutto questo solo perché curiosando nella mia cameretta, in armadi inesplorati, avevo scoperto una valigetta grigia di pelle e plastica; i miei genitori avevano conservato il loro giradischi.

Si apriva proprio come una valigia qualunque ma dentro c’era tutto quello che serviva per sentire i vinili di mamma e papà: un braccio, un piatto fino a 33 giri e la manopola del volume. “L’armando” di Jannacci, Petula Clark, Dino, c’era anche un pezzo dello Zecchino d’oro. I dischi si trovavano in un contenitore a dir poco particolare a forma di libri dell’enciclopedia universale.

Siamo nel 1977; non ricordavo quasi nulla di quell’anno. Il festivalbar lo vinse proprio Tozzi e il premio glielo consegnò Gianni Bella. Gli alunni del sole arrivarono secondi. Mentre Salvetti, il patron del festival estivo li premiava, l’Italia impazziva.

Chi se li ricordava i carri armati a Bologna per sedare 3 giorni di tumulti. Chi se li ricordava i ragazzi persi in battaglie urbane a cadenze mensili nelle piazze. I “gambizzati”, i morti ammazzati come routine. Mentre succedeva tutto questo la RAI chiudeva Carosello e apriva il primo Portobello di Tortora. In ritardo di 10 anni rispetto al resto d’Europa, nel ‘77, anche in Italia arrivava la TV a colori.

Mentre io ascoltavo Tozzi e poi Amanda Lear, Dalla pubblicava “Com’è profondo il mare” e Battisti “Amarsi un po’”. De Andrè chiudeva i conti con De Gregori e Vecchioni preparava la sua “Samarcanda”. Renato Zero faceva ancora scalpore e “Zerolandia” da lì a poco sarebbe stato il mio primo album insieme a “Sono solo canzonette” di Bennato. Nel mondo c’erano i Queen, Clapton, gli Stones e la disco music dei Bee Gees che cantavano in falsetto di “starsene vivi”. Ma io che ne sapevo…

Ricordo bene però che la cugina femminista di un mio carissimo amico ci disse che Ti Amo non le piaceva più. Al collettivo una sua compagna le aveva fatto notare che il testo era terribilmente maschilista. Era ora di finirla insomma con quelle “donne che stirano cantando”.

 

La mia prima canzone

La prima volta che ascoltai Mad World dei Tears for fears avevo 16 anni. Ero in vacanza in Valsesia ospite di mia zia, a metà strada tra la città e la montagna. Passavo intere giornate all’aria aperta a giocare a pallone e a girare per il paese.

La zia affittava una casa coi miei cugini a Crevola, borgo di poche anime ai piedi del Sacro Monte di Varallo. Ero spensierato lì da lei e facevo della routine con gli amici e l’aria buona il mio passatempo. Era l’82; anno di mondiali vinti.

Ogni giorno appena finito il pranzo ci si trovava con gli altri al Piccolo, il bar del borgo. Mi ero costruito un piccolo rito: gelato, mezzora di ping pong e poi via, verso le piccole avventure della provincia vercellese. Capitò lì al Piccolo bar di Crevola che una ragazza più grande di me e che io osservavo di nascosto, mise nel juke box Mad World dei Tears for fears. Niente internet, niente cellulari, niente shazam; solo la musica dopo il clic-clac del vecchio jukebox attivato con 50 lire. Quella canzone mi rimase in testa e credo non ne sia più uscita. Ricordo che cercavo di capirne il ritornello, questo apparente calando sussurrato che poi è proprio il titolo stesso. Per risentirla avevo modificato il mio rito quotidiano e ridotto il ping pong. Ricordo che il Piccolo bar era frequentato soprattutto da ragazzi più grandi ed io mi sedevo in un angolo, mettevo la canzone e mangiavo il gelato. Tutti i giorni.

Credo che passarono almeno altri 20 anni perché Mad World tornasse a far parte del mio universo. Una sera, dopo essere riusciti ad addormentare il già 3enne Matteo, io e mia moglie ci concedemmo un film in DVD. Eccola lì Mad World, nella versione piano e voce di Gary Jules e Michael Andrews, inserita nel finale angosciante del film culto Donnie Darko di Richard Kelly. Non si riconosce subito dalle prime note ma svestita di quegli orpelli così anni 80 che la caratterizzavano è ancora più pura, più emozionante nella sua semplicità. Così quando you tube ha reso possibile avere musica così come si accende la luce al rientro a casa, ne ho cercata la versione, ho trovato il testo e me la sono ascoltata fino alla sfinimento. Il video di Michel Gondry, tra l’altro, è un piccolo capolavoro.

Qualche anno fa in spiaggia Mad World diventa il simbolo di un agosto musicale passato con gli amici del mare. Lo sfondo è una calda estate sul ponente ligure. Il solito stabilimento balneare, le solite famiglie milanesi, torinesi, genovesi, i figli, i figli dei figli. Tutto regolare. Quando appare la prima chitarra ed io comincio a cantare sembra uno scherzo. Uno scherzo che ci ha fatto compagnia per settimane. Il chitarrista è bravo e la canzone si presta. Ovviamente ne esiste una versione acustica anche per voce e chitarra; la fanno sempre Michael Andrews e una sola “lacrima di paura” alla voce e cioè il bassista dei Tears for fears Curt Smith. La canzone in realtà venne scritta dall’altra “lacrima” del duo e cioè Rolanz Ozrabal quando aveva 19 anni e cercava di far concorrenza ai Duran Duran.

E’ strano pensarci oggi a circa 30 anni di distanza da quell’82. Particolare aver cantato ancora questa canzone al mio primo concerto, ovviamente amatoriale, davanti a delle persone. Bello averla fatta piano e voce con un buon amico. Certo cantare a 50 anni “I went to school and I was very nervous, no one knew me.” ti riporta per forza a quei 16 anni e all’adolescenza.

Alla fine, ben 34 anni dopo, scopri da wikipedia che nel testo dell’ultimo ritornello Curt Smith ha inserito il nome di un pianeta inventato per scherzo: il famoso Helargian World… e che proprio non te ne eri accorto.

https://www.youtube.com/watch?v=4N3N1MlvVc4

https://www.youtube.com/watch?v=u1ZvPSpLxCg

https://www.youtube.com/watch?v=Z6Km0xsM7y8

All around me are familiar faces

Worn out places, worn out faces 

Bright and early for their daily races 

Going nowhere, going nowhere
Their tears are filling up their glasses
No expression, no expression
Hide my head I want to drown my sorrow
No tomorrow, no tomorrow

And I find it kinda funny
I find it kinda sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very, very mad world mad world

Children waiting for the day they feel good
Happy Birthday, Happy Birthday
Made to feel the way that every child should
Sit and listen, sit and listen
Went to school and I was very nervous
No one knew me, no one knew me
Hello teacher tell me what’s my lesson
Look right through me, look right through me

And I find it kinda funny
I find it kinda sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very, very mad world … world
Helargian world
Mad world